“…mi aspettavo la bellezza, e così ho iniziato a fotografare la gente e il tempo delle persone”

È una domenica mattina, a Napoli ci si sta risvegliando pian piano. Non c’è ancora il gran caos e il vocio sempre più fitto che invaderà la città tra non molto. Vado verso il centro dove si intersecano i decumani, dove i turisti sono pronti a inoltrarsi sapendo bene (o forse no) che non troveranno, come in altre città, luoghi esclusivamente dedicati al visitatore che passa, ma strade popolate dai numerosi figli della città stessa. Troveranno la vita che scorre più o meno uguale come in altri luoghi e quartieri, senza molta differenza.

È proprio lì che incontro Diego Loffredo. Zaino in spalla e l’immancabile sigaretta tra le dita.

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E so già che adesso, macchina fotografica alla mano, si comincerà a camminare, rapidi, tra le strade e i vicoletti dei decumani partenopei. Tra una strada, e l’altra tra un angolo e l’altro. Tra una luce che taglia un vicolo e un’ombra che lo racchiude.

Si cammina rapidi, non si passeggia. “Bisogna avere gambe buone per fare le fotografie”.

Camminiamo. Fino a quando la vita non ci passa davanti. E allora ci si ferma. Quasi istantaneamente. E magari per molto, molto tempo. Non bisogna avere fretta.

E allora mi chiedo (e gli chiedo) cosa cattura, su tutto, l’occhio di Diego, cosa deve esserci di immancabile da fermare nell’obiettivo.

Le persone, senza alcun dubbio. Gli uomini e le donne e i bimbi, i gesti, uno sguardo. La vita. La bellezza.

La bellezza della vita. La bellezza che ovunque si trova.

Ogni fotografo capisce col tempo cosa ama catturare. Cosa risuona naturale tra le proprie corde, mi dice Diego.

E Diego Loffredo fa risuonare le proprie corde attraverso la vita delle persone che incontra e afferra. Attraverso la bellezza della vita che ci scorre davanti.

Una mano che sfiora le corde di un’arpa, un uomo che passa e si volta rapido, verso un’immagine sacra. Padri e figli, abbracci di uomini e donne.

Incuriosita, cerco di infilarmi tra uno scatto e l’altro chiedendogli se questa bellezza arriva sempre. Se, qualche volta, non si ritorna a casa col vuoto negli occhi e nell’obiettivo.

Basta aspettare. Saper aspettare. Fermarsi, e poi rifermarsi e la bellezza arriva sempre.

Perché la bellezza è ovunque. Bisogna solo aver pazienza e sentire che il tempo non sia padrone, ma spettatore anch’esso.

Spettatore e protagonista. Il tempo delle ore e delle persone.

E le persone passano in questo tempo.

Ferme nei loro gesti, oppure presenze fuggevoli di cui si intuisce solo un contorno o un movimento.

Spesso si incontrano, si sovrappongono, uomini e “presenze”, si fondono in un sapiente gioco di luci e colori. Si sovrappongono in un abbraccio immaginario.

La mattinata è quasi terminata, il vocio è aumentato, i passi fra i vicoli pure.

Di bellezza ne è passata tanta. E un po’ è rimasta pure nei miei occhi.

Perché basta saper aspettare.

bio artista

Diego Loffredo, fotografo, pittore e ceramista, è nato a Napoli nel 1974, dove vive e lavora. La sua formazione artistica comincia presso la scuola d’arte della famiglia De Stefano.

Numerose le sue partecipazioni a mostre personali e collettive ed esecuzioni di opere pubbliche.

A proposito dell'autore

Collaboratore

Sin dalla tenera età avevo capito che quelle piccole parole nere sul foglio bianco erano la mia passione. Così mi iscrivo alla facoltà di Lettere, coronando il sogno del “sapere umanistico”. Intanto scopro che la mia voce piace a chi mi ascolta e la presto per piccoli spettacoli e reading letterari. Scrivo su numerose riviste online e blog e fondo un'associazione culturale (I luoghi dell'anima) per cui organizzo eventi . Mi appassiono sempre più ad un altro antico amore, la fotografia, che diventa parte importante del mio tempo. Poi l'incontro con Marchese Editore, ed è “amore culturale” a prima vista. Da lì, presentazioni, reading e collaborazione al blog about M.E. Infine, per il tempo che rimane, cerco di fare al meglio il ferroviere.