C’è un’antica favola araba che racconta di come un tempo la terra fosse rigogliosa, verde, fresca. Ricca di ruscelli e di “ogni ben di Dio” e di come il genere umano non conoscesse la fame, l’odio, la guerra e vivesse felice. Di come Allah avesse donato quel giardino e i suoi frutti chiedendo però agli uomini (le donne già contavano poco), di agire sempre con giustizia altrimenti avrebbe lasciato cadere un granello di sabbia per ogni azione malvagia, fino a lasciar inaridire tutto. Di come a lungo questi mantennero la promessa fatta, fino a quando non cominciarono a manifestarsi i primi piccoli litigi, e finissimi granelli di sabbia iniziarono a cadere silenziosi come neve nell’indifferenza dei più. Alle offese verbali seguirono quelle corporali, i primi scontri e un mucchietto color ocra cominciò a formarsi spaventando taluni e ingrossando l’arroganza di altri: “Anche se fossimo estremamente cattivi, ci vorrebbero milioni di anni prima che questa polvere leggera copra la nostra terra e ci possa danneggiare” dissero, mentre continuavano nella folle escalation di violenza che avevano innescato, fino a lasciar inaridire tutto e creare il deserto.

Eduardo Castaldo
Proprio come nell’antica favola, una cascata dorata di piccoli granelli di sabbia seppellisce il grande sogno, la speranza scritta sui volti di quanti il 25 gennaio di sei anni fa avevano dato vita, da piazza Tahrir, in Egitto, all’incredibile stagione di manifestazioni che come un vento fecero soffiare il fuoco delle rivoluzioni arabe.

Quasi a puntellare il ventre di Port’Alba, a Napoli, i ritratti dei manifestanti gridano all’oltraggio di quel sogno spezzato, come la vita di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito al Cairo il 25 gennaio del 2016 e ritrovato morto una manciata di giorni dopo. E quelle grida che un tempo furono di gioia, immortalate da Eduardo Castaldo si trasformano in latrato di morte, sotto la coltre di violenza ammorbata dallo Scaf, il Consiglio supremo delle forze armate, di cui Abd al-Fattah al-Sisi è il capo supremo, e che dovrebbe riunirsi solo in caso di guerra e di pericolo alle frontiere.

Eduardo Castaldo

C’è un regime nel cuore del Medio Oriente le cui nefandezze sono tollerate dalla comunità internazionale e che neanche la morte di un giovane ragazzo è riuscita a spazzare. Un regime che le immagini di Eduardo Castaldo svelano (non a caso il fotografo che ha raccontato al mondo la rivoluzione araba, vincendo nel 2013 quello che è considerato il Pulitzer della fotografia e cioè il World Press Photo), mettendo sotto sabbia i volti della protesta, in un’operazione, anche questa in bilico tra la rimozione e la denuncia, come fu per il suo precedente lavoro Erased. Un gioco di opposizioni e rispecchiamenti in cui lo spettatore viene lasciato solo dinnanzi al senso di impotenza e di sgomento che solo la morte riesce a dare. Uscendo dai circuiti canonici del mondo dell’arte, le foto di Castaldo danno vita ad un’istallazione in pieno “street art style”, offrendo alla città un assordante grido di denuncia che nessuno dovrebbe poter ignorare.

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