Chi vuol conoscere la plebe napoletana veramente in tutte le sue abitudini, fra le sue virtù e i suoi vizi ancora, venga alla Porta Capuana, in qualunque delle 24 ore del giorno, e se ne ammaestrerà.

Questo pensava e scriveva, a metà dell’ottocento,  in Porta Capuana, (recentemente edito a cura di Patricia Bianchi, Marchese editore), il lessicografo fiorentino Gaetano Valeriani che si trovava a vivere a Napoli. Lo stesso concetto, in termini diversi e a duecento anni di distanza, è al centro del discorso che io e i ragazzi del coordinamento I love Porta Capuana del Lanificio 25, intavoliamo sulla terrazza del Bar delle Torri, godendoci uno scorcio inusitato delle alte mura in basalto e marmo dell’antica porta – da cui essi prendono il nome – dietro cui fa capolino, in un duetto panoramico fra antichità e archeologia industriale, l’alta torre del Lanificio.

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Annachiara, Michela, Ilaria e Lucio mi hanno invitata al percorso serale di Art&Food, itinerario artistico ed enogastronomico che organizzano per le vie del rione che si estende intorno a Porta Capuana. Parlano di identità culturale di quartiere, identità che si manifesta nella struttura urbanistica, nelle bellezze artistiche e nelle abitudini culinarie. Finiamo l’aperitivo e abbandoniamo il suggestivo tramonto che si può godere dalla terrazza per iniziare il nostro piccolo tour.

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Attraversiamo il grande arco, che per tanti secoli è stato il vero ingresso della città e che, dopotutto, lo è ancora oggi per chi esce dalla stazione ferroviaria e dalle metropolitane di Piazza Garibaldi, per chi arriva con l’Alibus dal vicino aeroporto di Capodichino e per chi con l’automobile esce dall’autostrada. Annachiara ci guida nella vicina chiesa di Santa Caterina a Formiello, in cui sono sepolte le più antiche e importanti famiglie della città, ma che è stata anche la chiesa delle comunità arabe, a testimonianza della multietnicità che allora, e anche adesso, caratterizza il quartiere.

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Fra informazioni storiche, artistiche e aneddoti che nessuno potrebbe mai trovare nelle classiche “guide turistiche” il tempo vola e, prima di visitare il Lanificio, ci dirigiamo verso uno degli esercizi commerciali che hanno fatto la storia di Porta Capuana, a Figlia ro’ Luciano. Mi rendo conto in un solo istante di essere arrivata a un punto cruciale della mia vita per l’indimenticabile esperienza che sto per fare: assaggio il mio primo brodo ‘e purp. Questa bevanda, un tempo tipica delle fasce della popolazioni più povere (e che quindi non potevano permettersi il ben più “lussuoso” brodo di carne), trova qui i suoi natali ed è solo qui che è sopravvissuta integra nella sua preparazione e composizione, resistendo a cheeseburger, patatine olandesi e onigiri. La bevanda è caldissima e piccante, non mi stupisco affatto quando Michela mi svela di utilizzarla spesso come rimedio naturale all’influenza.

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Terminato il consomè ricambiamo i sorrisi e i saluti del cuoco che si intravede appena attraverso gli effluvi del calderone da cui continuamente scodella la sua antica pozione e ci incamminiamo verso il Lanificio. Annachiara ci guida fra le mura e i corridoi umidi del complesso industriale attraverso cui, facendo ben attenzione a non scivolare, accediamo alle antiche vasche e cisterne in cui veniva raccolta l’acqua che serviva per la produzione della lana. Siamo nel cuore di Napoli, a pochi metri da noi la città corre nel suo vortice di modernità, ma fra le mura del lanificio sembra che il tempo si sia fermato. Oltre ai preziosi e notissimi monumenti e luoghi d’arte che passano sotto gli occhi ammirati dei turisti e sotto quelli ormai distratti degli abitanti, ci sono ancora posti semi sconosciuti ma di inestimabile valore come questi.

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La nostra passeggiata termina che è ormai sera. Saluto i ragazzi che mi hanno guidata con passione per le strade di questa parte di città e mi incammino verso casa. Percorrendo via Carbonara, passo nuovamente di fronte a Santa Caterina, di cui ho appena fatto la conoscenza, seguita dalla già nota S. Giovanni a Carbonara, trascurata ma non per questo meno bella. Conosco bene la mia città, tuttavia questa sera ho inaspettatamente provato la gioia della scoperta. Credo che il lavoro di questi ragazzi sia importante, che dovrebbe essere valorizzato, pubblicizzato, reso noto agli studenti, agli abitanti, ai turisti. Credo che dopo aver visto le cose che ho visto io, aver apprezzato le bellezze, aver ascoltato aneddoti e gustato le antiche pietanze di questo quartiere non si possa far altro che dire in italiano, in dialetto o in qualsiasi lingua del mondo “anche io amo porta Capuana”. Sì, “I love porta Capuana”.

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Disegni di Mary Cinque

 

Info:
www.foodandart.it