Telefonicamente Barbara mi guida verso il portoncino del suo palazzo. Entro, salgo una scala strettissima e all’ultimo piano la trovo che mi accoglie col suo cagnolino in braccio, Totò; ci presentiamo e le chiedo un bicchiere d’acqua. Mi sento sempre un po’ intimidito, quando entro nella casa di una persona che non conosco, ma Barbara sembra più imbarazzata di me e quindi mi faccio forza, cercando di essere disinvolto. Anche se ho paura cerco di accarezzare Totò, che sembra incavolatissimo per la mia invasione, ma presto scopro che è timidissimo pure lui. Barbara mi indica i suoi ultimi lavori, ma istintivamente le chiedo di farmi vedere le opere più vecchie che conserva a casa. Senza accorgermene, attraverso tutta la casa, fino ad arrivare in un ripostiglio, sulle cui pareti sono appoggiate numerose tele: provo l’esaltante sensazione di trovarmi in una camera piena di tesori. Gli occhi si posano su un dipinto, in cui prevale il blu notte. Distinguo una figura femminile fatta di linee bianche oltre che di pittura. Osservando meglio, mi accorgo che le linee usate per definire alcuni particolari della figura sono solchi, graffi che in certi punti diventano quasi scarabocchi violenti. Le chiedo delle spiegazioni.

 

All’epoca, stiamo parlando di circa venti anni fa, ero appena arrivata a Napoli e credevo che questi graffi (fatti con i chiodi) fossero legati semplicemente a una ricerca estetica, cercavo un mio modo di rendere i riflessi. Poi, solo dopo molti anni, ho capito che questi graffi in realtà corrispondevano ad alcune ferite che mi portavo dentro. Credo che l’unico modo per riemergere sia quello di vivere la sofferenza fino in fondo. Ad ogni modo, da qui la mia tavolozza comincia a schiarirsi, comincio a utilizzare il rosso, che per me è il colore dell’energia. E il rosso è il colore che predomina anche nei miei lavori più recenti.

 

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Da dove vieni e perché ti sei fermata qui a Napoli?

Sono di Danzica, Polonia, e sono arrivata qui a Napoli per caso. Non sapevo nulla di Napoli, cioè sapevo della sua esistenza (ride), ma l’unica cosa che collegavo al nome di questa città era la frase “vedi Napoli e poi muori”. È accaduto tutto per caso: la mia migliore amica del liceo artistico voleva venire a Napoli, perché qui lavoravano delle sue amiche, ma non aveva il coraggio di affrontare il viaggio da sola, così io l’ho accompagnata. Dopo mezzo anno tutte erano ritornate in Polonia, io invece sono rimasta, mi sono innamorata della città, cogliendo anche il senso di quella frase famosissima (ride ancora).

 

Sulla parete opposta noto delle tele che sembrano collegate, come a formare un polittico. Mi colpisce il quadro centrale che ritrae delle bambine, come in una foto di gruppo alla fine dell’anno scolastico. Sopra le file campeggia la figura di una suora, ma quello che mi inquieta un po’ è che tutti i volti sono come sfocati, alcuni sembrano delle maschere. Barbara mi chiarisce che le tele facevano tutte parte di una scenografia teatrale, di uno spettacolo che riguardava proprio delle orfanelle. Mi precisa che per questo lavoro ha visionato col regista, Nicola Laieta, diverse foto di un orfanotrofio e risalenti al dopoguerra. Molte di queste foto erano sfocate e le bambine sembravano allo stesso tempo molto rigide. Aggiunge che il lavoro per queste tele l’ha riportata all’infanzia e che istintivamente decise di lasciare i volti opachi, sfocati. Intanto, mi rigiro ancora e il mio sguardo si posa stupito su una donna in carne che forma un ombra strana, che in realtà comprende più figure. Chiedo a Barbara che sorride…

 

…infatti questo lavoro si chiama Donna per quattro ombre, è una sorta di patchwork, in cui si ripetono delle figure e dei motivi decorativi, merletti, centrini, tovaglie rotonde. Anche qui ero immersa nella mia ricerca estetica. Questa ricerca è nata osservando il mio ambiente, le cose che mi circondavano. I centrini mi ricordano anche la figura di mia nonna e spesso mi sono recata nei mercatini per cercarli. Ad essi ho affiancato la donna con l’ombra, ma anche un’altra figura che esiste realmente, si tratta di Caterina, una signora che vendeva sigarette nel centro storico della città. Oggi forse in pochi la ricordano, ma una ventina di anni fa era un personaggio noto ai napoletani. Ricordo la sensazione di familiarità che mi comunicava quando mi salutava, Barbarella mi diceva, mentre vendeva le sigarette alla mie amiche; la sua convivialità mi faceva sentire a casa all’epoca, quando ancora non parlavo benissimo in italiano. Le figure ripetute di Caterina che si susseguono nel patchwork non sono proprio uguali, hanno dei punti di vista leggermente differenti.

 

 

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Ci spostiamo di nuovo nel salone, dove si trovano i lavori più recenti, ma per farlo, passiamo dalla camera da letto e qui ci fermiamo per osservare un altro patchwork, in cui riscontro degli elementi decorativi simili agli esiti del centrino, si tratta quasi di macchie dalla forma circolare. Barbara gentilmente mi dà delle spiegazioni.

In questo lavoro eseguito a Napoli, ho ripreso un motivo pittorico che risale alla mia vita in Polonia: questo forse è l’unico lavoro nel quale è presente un frammento della mia pittura polacca. Questa trama di puntini che vedi, rappresentavano per me una difesa nei confronti di mia madre che, dopo il liceo, cominciò a distruggere le mie opere. Ho smesso di dipingere sulle tele, l’unica cosa che facevo era quella di prendere dei piccoli fogli sui quali creavo questi puntini: mi uscivano proprio da dentro. La creazione di questi “paesaggi” mi faceva sentire forte, in quanto rappresentavano per me un mondo migliore. Questi puntini li ho associati a questo volto che sembra un angelo e che si ispira a delle foto trovate nella vecchia casa di mio marito. In questo volto ho trovato una certa somiglianza con me, con i miei tratti fisionomici. E questo volto ripetuto, assieme ai puntini, forma una croce.

Noto che i puntini hanno una certa somiglianza con i centrini elementi che ricorrono anche nei lavori più recenti dell’artista. Si tratta di una serie di ritratti di persone, napoletane, accomunate dal fatto di gravitare attorno al mondo dell’arte e, in generale, della cultura. Ogni volto è circondato dal centrino, un elemento decorativo che sembra quasi un’aureola. Barbara però mi precisa che in realtà non si tratta di un’aureola ma dell’aura, la quale poi assume, sulle sue tele e sui diversi personaggi, forme diverse. Queste tele sono accomunate anche dalla tonalità, ottenuta attraverso la mescolanza del viola e del marrone. Le diverse tele a me danno l’impressione di essere un grande ritratto della Napoli del presente, attraverso i volti dei suoi abitanti.

 

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L’altro attuale lavoro di Barbara, invece, consiste in una serie di tele che ha come tema Lo cunto de li cunti di Basile: quindi Napoli nei suoi volti del presente, ma anche Napoli nelle sue radici. Ci avviciniamo a un quadro, che significativamente si intitola C’era una volta il re di Vallepelosa che aveva una figlia malinconica chiamata Zoza.

In questo quadro mi sono ritratta come Zoza mentre il re di Vallepelosa ha le sembianze di mio marito. Anche in questa serie tutti i personaggi raffigurati esistono realmente. I racconti di Basile mi hanno stregata e rispetto, ad esempio, alle fiabe nordiche hanno una autenticità incredibile. I personaggi dei racconti sembrano essere esistiti realmente, personaggi in carne e ossa, che rivedo nella realtà di Napoli, come la signora Caterina o come il venditore ambulante che proprio adesso, col suo megafono, sta passando sotto casa. Per Faccia di Capra mi sono ispirata a un mio amico, Nino Bruno, e a una sua canzone che mi ha accompagnato mentre dipingevo e il cui titolo è proprio Faccia di capretto. Per la tela ispirata alla fiaba La mortella è successa una cosa stranissima: prima di dipingere il quadro ho dovuto far aggiustare il bagno, nel quale c’era un’infiltrazione. Per due settimane ho preferito uscire: non riuscivo a dipingere con gli operai in casa. Aggiustato il bagno, ho ripreso la mia attività e alla fine mi sono resa conto che il principe dipinto aveva le fattezze proprio dell’idraulico. Pensavo fosse una mia impressione, ma quando mio marito ha visto il quadro e mi ha detto: “Ma hai dipinto l’idraulico?”, non ho avuto più dubbi (ride).
L’idea di rappresentare i racconti di Basile è nata a casa di un mio amico, Ignazio Cannavale. L’estate scorsa, durante una chiacchierata, mi consigliò di leggere Basile, anzi, per invogliarmi, cominciò a leggere il libro. E proprio durante quella prima lettura nacquero nella mia mente le prime immagini.

 

Barbara mi incanta, mentre mi racconta le fiabe di Basile e mi mostra le altre tele ispirate al libro (in uno dei quadri riconosco anche Totò). Mi fa venire voglia di leggerlo. Ci tiene a precisare che la serie dei volti e quella delle fiabe sono comunque strettamente legate e io le dico che mi piacerebbe un giorno vedere in una mostra tutti i dipinti. Parliamo di Napoli e delle meraviglie che custodisce, da visitare magari assieme. Ci salutiamo e vado via, proprio quando ci sentiamo ormai in piena confidenza.