Non una semplice retrospettiva: la mostra dedicata a Joan Mirò, tenta con coraggio di offrire al visitatore una diversa prospettiva su uno degli artisti più noti al mondo. Si inizia il percorso con l’idea di trovarsi a ripassare una lezione di storia dell’arte e si esce due ore dopo con una visione rinnovata sul lavoro del grande artista spagnolo e sul suo contributo all’arte e alla comunicazione contemporanea.
Il titolo, d’altronde, preannuncia tutto ciò: Joan Mirò – il linguaggio dei segni, visitabile al PAN fino al prossimo 23 Febbraio 2020, si pone il fine di analizzare sotto punti di vista inediti e molteplici come proprio il concetto di linguaggio sia stato preso e manipolato da Mirò fino a non essere, dopo di lui, più lo stesso.

Barcellonese di nascita, figlio di un orefice e orologiaio, Joan Mirò inizio a disegnare all’età di otto anni e non smise mai più. Da giovane non si salvò dal fascino suscitato dalla comunità artistica di Parigi, che lo mise in contatto con artisti del calibro di Picasso e con i dadaisti che pure forgiarono il suo gusto e la sua visione del mondo. Non conobbe però il successo fino all’età matura: a consacrarlo nel firmamento dei grandi fu la Biennale di Venezia del 1958 che gli valse il prestigioso Premio Internazionale Guggenheim. Da qui i viaggi, i grandi musei e le gallerie più alla moda, ma Mirò rimase fedele a se stesso in quanto artista di ricerca, instancabilmente a lavoro per superarsi. Lo scrittore e poeta francese Raymond Queneau parlò a proposito delle opere di Mirò di “miroglifici” una lingua che bisogna imparare a leggere e di cui è possibile fabbricare un dizionario. E la lingua inventata e continuamente manipolata e arricchita dal suo stesso autore è stata l’origine di quello che oggi definiamo il linguaggio multimediale. E il curatore della mostra napoletana,  Robert Lubar Messeri, incentra il percorso espositivo esaltando al massimo quanto l’apporto di Mirò sia stato importante per l’evoluzione delle nostre tecniche di comunicazione.
Il simbolo è al centro: in “Ballerina” (1925), una fra le sue opere più famose, Mirò anticipa da una parte il simbolismo a venire, ma da un’altra parte affonda le radici nell’arte medievale, dove le proporzioni e il rapporto del soggetto con lo spazio circostante non sono fondamentali ma è importante il simbolo.

Secondo questo principio il simbolo deve essere decodificato, per cui l’arte di Mirò prevede sempre una funzione attiva dello spettatore, lì dove il soggetto è accennato e suggerito, ma non fedelmente rappresentato. Altro elemento importante nella comprensione dell’opera dell’artista, che è evidenziato nella mostra napoletana, è l’approccio con il materiale. Il materiale utilizzato per il supporto fornisce infatti le coordinate, indirizza l’artista che non crea la figura ma semplicemente la trova in esso. Le opere degli anni ’40, ma anche quelle successive, creano una griglia che ha molto a che fare con l’odierno linguaggio informatico. Nel ciclo di lavori su masonite, un materiale industriale caratterizzato da una superficie ruvida, il colore sembra impazzito, divora lo sfondo in un mondo divorato dal delirio della guerra spagnola vissuta appunto dall’artista in quel periodo (1934/37).

Il linguaggio del XXI secolo ha una forma ibrida, multimediale, che Mirò ha intuito precocemente nel suo lavoro. Siamo all’origine della costruzione di un nuovo linguaggio che si è espanso fino ad arrivare ai giorni nostri. Un esempio ne sono i collage che appaiono come grafici, diagrammi e mappe concettuali in cui il fruitore ritrova il soggetto.

La comunicazione nel lavoro di Mirò non può prescindere dall’unione di tutte le componenti. Attraverso il nostro smartphone oggi parliamo utilizzando fotografie, parole e emoticons.
Mirò lo ha fatto molto prima di noi.

info mostra

Joan Mirò – il linguaggio dei segni
Dal 24 Settembre 2019 al 23 Febbraio 2020
PAN Palazzo delle Arti Napoli –  via dei Mille 60, Napoli
Info: +39 081 7958601 / info@mostramironapoli.it

A proposito dell'autore

Project Manager

Alla formazione scientifica (studi in Medicina Veterinaria, prima in Inghilterra e poi in Italia) unisce l'insana passione per l'arte e la letteratura. Dal 2012 collabora con la casa editrice Marchese editore, occupandosi di pubbliche relazioni, promozione e creazione di eventi culturali. Nel 2013 fonda con alcuni collaboratori il blog "About M.E.", legato all'attività della casa editrice ma fin dall'inizio aperto a tutto ciò che è cultura, con particolare attenzione a ciò che succede sul territorio campano. Ama i cappelli, Dostoevskij, e il té delle cinque.