Una mostra divertente, che la D.A.F.NA Home Gallery di Danilo Ambrosino e Anna Fresa in via Santa Teresa degli Scalzi a Napoli ha inaugurato il 21 ottobre, è riuscita a stimolare in me delle riflessioni sull’aura dell’opera d’arte e sul grado di avanzamento della fotografia come mezzo di espressione artistica. Si tratta della personale Words di Luisa Menazzi Moretti, a cura di Denis Curti.

E’ una mostra di fotografie che raffigurano delle parole prese a caso da  manifesti, documenti tagliati a striscioline, pagine di testi, fogli strappati: per dirlo con parole dell’autrice, “fotografie di parole che si stavano perdendo o che si sarebbero potute perdere.

Quindi nascono da un’intenzione ben precisa, quella di recuperare delle “parole perdute”, perché di per sé insignificanti o perché hanno perduto di significato. Menazzi Moretti ha quindi scelto delle tecniche fotografiche precise (close-up, bianco-e-nero, illuminazioni laterali e altro) per dare, di volta in volta, il massimo risalto a queste parole per attirare così la nostra attenzione di fruitori.

Words #8, Bacheca, 2012

In questo lavoro di rielaborazione significativa di queste “parole perdute”, esiste un significato che Menazzi Moretti ha fornito in maniera specifica: queste quaranta foto sono diventate la rappresentazione iconica delle fasi e dei momenti salienti della vita, dalla nascita allo “epitaffio”; tuttavia, almeno per l’esposizione di DAFNa, questi significati personali sono stati messi sotto traccia. A causa dell’esiguità degli spazi, ne sono esposte solo ventuno, ma per ciascuna d’esse Denis Curti ha chiesto ad altrettante distinte personalità del mondo del giornalismo, della letteratura e della critica d’arte (da Francesca Bertoli a Susan M. Stabile, passando per Tiziano Scarpa), di scrivere un testo. Non sempre un testo di interpretazione critica, ma che fosse semplicemente “ispirato” alla fotografia. Infine all’abile e colto regista teatrale Carlo Cerciello è stata commissionata la realizzazione di uno spettacolo drammatico, in cui sono state letti e recitati questi testi, spettacolo rappresentato due volte proprio nella Galleria DAFNa dagli attori del Teatro Elicantropo di Napoli in due atti, l’Atto alla Luce e l’Atto al Buio.

Ora, mi si scusi la digressione, per quanto necessaria. Walter Benjiamin sosteneva che il prezzo che le nuove arti del suo secolo, il cinema, la fotografia o il fonografo, pagavano per la democratizzazione dell’esperienza estetica stava nella perdita dell’aura “sacra” dell’opera originale e irripetibile. Negli sviluppi artistici del Novecento, credo che questo rischio sia stato del tutto scongiurato. Questo è accaduto perché la fotografia nella sua storia – e stiamo oramai avvicinandoci a due secoli – ha saputo colmare quel divario che la subordinava alle tradizionali arti figurative “positivistiche” (pittura e scultura), trasformandosi da mero mezzo di riproduzione tecnica a vero e proprio mezzo di espressione artistica capace di suggestioni estetiche altrettanto profonde rispetto alle arti tradizionali. Non voglio tracciare le linee guida della storia della fotografia come procedimento artistico, ma vorrei dimostrare quelle che sono le caratteristiche che la fotografia ha assunto e che le hanno permesso di mettersi al pari con la pittura e la scultura. Innanzitutto, ogni opera d’arte è il frutto di un atto meditato e voluto in ogni dettaglio (pur se talora gli esiti possono non corrispondere in tutto e per tutto alle iniziali aspettative dell’artista) di traduzione materiale di un immaginario emotivo più o meno legato alla razionalità. Questa traduzione tecnica non è istantanea, prevede una certa padronanza del mezzo e una scelta precisa di modalità espressive anziché altre (nel caso della fotografia il grandangolo piuttosto che il close-up, il colore invece del bianco-e-nero, ad esempio). Ogni opera d’arte rappresenta inoltre un documento storico, se non necessariamente delle intenzioni artistiche, quanto meno della personalità e della cultura dell’artista, dell’epoca in cui egli vive e della Weltanschauung in cui quest’opera si inserisce. Non ha tanta importanza la chiarezza del suo significato, anzi, talora il significato troppo chiaro e, quindi, univoco di un’opera d’arte rappresenta per essa un limite, quanto il suo valore di “significante”, inteso come la sua capacità intrinseca di instaurare rapporti estetici ricchi, variegati e complessi coi suoi fruitori: la capacità di “dirci qualcosa”. Soprattutto quest’ultimo aspetto è ciò che crea l’aura di un’opera d’arte, molto più della numerosità delle sue edizioni, delle sue copie (comunque contenuta nel caso delle fotografie artistiche più elaborate a causa degli alti costi di produzione). In effetti, l’importanza dell’originale è ancora un retaggio intellettuale dello storicismo idealista (e in quest’ottica, l’originale acquista la sua preminenza sulle copie perché il momento della realizzazione di un originale rappresenta il primo momento in cui l’opera d’arte “accade” nella storia), in fase peraltro di traumatico superamento (per semplicità ed evidenza mi limiterò a menzionare le polemiche sulla discussa Mostra impossibile in San Domenico Maggiore a Napoli, chiusasi il 10 ottobre).

Words #9, Annunci, 2012

Perché le fotografie di Luisa Menazzi Moretti sono un esempio chiarissimo di questo discorso? Perché in Words è accaduto che delle parole prese assolutamente a caso, prive di un significato, siano riuscite ad acquisire una molteplicità di significati polivalenti attraverso il mezzo della fotografia: dapprima il valore personale dato dall’autrice stessa delle fotografie, Luisa Menazzi Moretti, ma poi – e ciò sta a dimostrare che nell’interpretazione di un’opera d’arte, il significato attribuito dall’autore stesso non è affatto il più importante e determinante – anche quello di ventuno persone diverse solo relativamente influenzate dall’autrice. A tutto questo si è aggiunta l’interpretazione delle interpretazioni, anch’essa di fatto indipendente e solo parzialmente influenzata dagli autori degli scritti e l’autrice delle fotografie, fornita da Cerciello e dagli attori giovani dell’Elicantropo, in neutro ma sacrale abito bianco, bardati emblematicamente ad archeologi e speleologi con lanterne e caschi con illuminazione elettrica. A tutto questo, poi, è senz’altro seguita l’interpretazione personale dei vari spettatori e visitatori della mostra e la mia medesima, in un continuo gioco estetico di ricezione – assimilazione – reazione – esposizione, potenzialmente infinito. Questo è il segreto meccanismo dell’arte, in questo costituisce la sua aura estetica e la mostra Words l’ha chiaramente spiegato. Solo nella continua capacità dell’arte di trasmettere impulsi e stimolare interpretazioni diverse sta il suo valore e la sua grandezza nel tempo.

info mostra

Luisa Menazzi Moretti _ WORDS
a cura di Denis Curti
fino al 19 novembre
tutti i giorni dal martedì al venerdì
10,00/13,00 – 16,00/19,00
D.A.F.NA Home Gallery
via S. Teresa degli Scalzi 76, Napoli

A proposito dell'autore

Laureato in storia dell'arte alla Federico II di Napoli, ormai vicino ai 28 anni, gira l'Italia da quand'era bambino. Fu così che si innamorò della storia, della geografia, dei centri storici e dei colori - e che paese colorato è il nostro! In cerca di fortuna come un bucaniere o un artista curtense, collabora di tanto in tanto, con la fortissima, dice, rivista Racna Magazine.