Ho sempre sperimentato l’esperienza del “bello” in arte come qualcosa di armonioso e sereno. Ma cosa accade quando i canoni della perfezione e simmetria vacillano e lasciano spazio al concetto di “brutto” e “deforme”? Sembrerebbe strano, ma, nell’avvicinarsi a questa diversa categoria estetica, la nostra creatività si amplifica perché il “Brutto” stimola non solo le corde del nostro cuore, pronto a sobbalzare dalla paura per l’inaspettato, ma mette in moto altri sentimenti più profondi e nascosti come le nostre paure e le nostre ansie, moltiplicando le inquietudini interiori e suscitando il nostro gusto per il macabro. È come se il “Brutto” ci suggerisse maggiori possibilità interpretative, stimolando comportamenti diversi che oscillano dal disgusto alla paura.

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Con questa riflessione provo ad avvicinarmi all’opera di Andrzej Dragan. Subito vien da chiedersi fino a che punto la sua esperienza fotografica rappresenti la realtà e in che modo l’artista la deformi e la interpreti, modificandola con le proprie lenti. È la nostra realtà ad essere brutta e deforme o è l’artista a renderla tale? O siamo noi a proiettare le nostre paure in questi volti fino a renderli temibili? Cosa rappresentano queste immagini grottesche con tratti a volte repellenti?
Di Andrzej Dragan mi affascina la difficoltà di inquadrare in uno specifico ambito creativo la sua poliedricità di interessi che oscillano tra arte e scienza, un impressionante bagaglio formativo; famoso fisico quantista, Andrzej trascorre il suo tempo libero tra la fotografia che definisce come una “sofisticata forma di passatempo” e la realizzazione di cortometraggi, creando ritratti dalla forte carica emotiva, dalle sembianze inquietanti, ben noti agli esperti del settore per un particolare effetto di ritocco fotografico, definito appunto “Dragan”.

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Si tratta di un elaborato processo su Photoshop che permette di enfatizzare dei tratti già presenti nei soggetti rappresentati, evidenziandone i minimi dettagli, anche a volte quelli che ometteremmo perché repellenti.
Senza alcun intento moralistico e didascalico, Dragan, nell’autocompiacersi, ci mostra la sua rappresentazione del mondo. “La fotografia non è che un altro modo” afferma, “per influenzare le nostre emozioni. Questo metodo digitale assomiglia un po’ alla pittura con la sola differenza che utilizzo un pennello digitale e non cerco di aggiungere nuovi elementi, piuttosto metto in evidenzia tratti già esistenti. La scelta del modello è l’aspetto più importante. È il modello, infatti, a creare il ritratto, non il fotografo. Le mie immagini sono il risultato del mio sistema escretorio. Ho consumato e digerito la realtà e la offro ora su un piatto all’osservatore. Ciò che viene mostrato non ha niente a che vedere con la realtà; è una mia percezione, posso solo assumere che ciò che offro è un’immagine sbiadita della mia percezione della realtà.

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Attraverso questa tecnica l’artista stimola l‘iperattività fisica dell’occhio umano, impressionando la nostra vista, per sorprenderci con degli effetti a volte strani. Un puro procedimento, per così dire, scientifico. E non mi stupisce, visto che gran parte di questo processo è legato al suo pensare, a un tentativo di cercare la giusta direzione per l’immagine la cui realizzazione potrebbe durare anche un mese. E allontanandosi da qualsiasi forma di naturalismo, Andrzej Dragan, produce immagini sconcertanti, esasperate nella sottigliezza dei dettagli e nella saturazione dei colori. I suoi ritratti che sembrano rievocare le visioni oniriche del regista David Lynch, sono frutto di un lungo processo di post produzione che offre al soggetto rappresentato molto di più di quanto l’occhio umano riuscirebbe a fare. “Ma chi cerca nel ritratto una verità sul modello, come dichiara l’autore, non troverà alcunché di interessante in questa fotografia”.

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Con modesti strumenti di lavoro, una macchina fotografica a singole lenti e, agendo sui diversi valori fisici di luminosità e di radianza, Dragan riesce a far riemergere in queste immagini ciò che è nascosto a un occhio distratto e che altrimenti passerebbe inosservato. È come catturare quel momento e restituirlo alla posterità nella sua immobilità, invitandoci a penetrare e a osservare la natura umana con visione surrealista. Ed è qui che il confine tra la realtà e l’artificiale, diventa spesso labile.
Ma la passione per Dragan non si esaurisce nella fotografia, perché nei suoi cortometraggi si realizza il connubio tra arte e scienza. Ma quale rapporto si instaura tra questi due mondi separati?

La scienza è un tentativo di tralasciare il nostro mondo personale, come fa notare lo scienziato, alla ricerca di ciò che può essere vero nella struttura di questo universo.
L’arte non va alla ricerca di verità, ma mostra ciò che è evidente a ognuno di noi in un modo estremamente suggestivo e capace di evocare forte emozioni. L’arte è pura contemplazione della realtà; non fa altro che aggiungervi valori. Con la scienza dimentichiamo le nostre esperienze personali e le nostre credenze (spesso superstizioni), per cercare di guardare la realtà senza pregiudizi, tralasciando i nostri punti di vista.

Nella sua serie Physics, in fase di continuo progresso, Dragan utilizza il linguaggio dell’arte, per esplorare alcune temi di carattere universali. Non sono tutorial, aggiunge, né pillole di saggezza, ma evocazioni in forma metaforiche e con l’utilizzo di elementi artistici surreali di leggi fisiche, da esplorare ulteriormente in altre sedi. In Physics 2, ad esempio, l’onnipresenza delle particelle quantiche nel mondo che possono trovarsi inaspettatamente in diversi luoghi, passa attraverso la rivisitazione del personaggio dell’Uomo Misterioso, tratto dal film Lost Highway di David Lynch.

Physics #2. Quantum particles. from Andrzej Dragan on Vimeo.

Ciò che provo nel guardare questi volti è una sorta di sentimento di paura misto a stupore. Non è forse questo l’atteggiamento di chi, consapevole della infinitezza dell’universo, non riesce a comprenderne le leggi fisiche? E l’arte non avrebbe forse questa funzione? Aiutarci ad alienarci laddove la scienza ci mette di fronte a crudi fatti che non riusciamo a comprendere o a credere?

 

“Hierarchy Lost” Official Trailer [2013] from Andrzej Dragan on Vimeo.

A proposito dell'autore

Giancarlo Napolitano si è laureato in lingue e letterature straniere presso la facoltà di lingue dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli, discutendo una tesi letteraria di natura sperimentale sugli spazi e i tempi nell'Assommoir di Emile Zola, rivisitando il romanzo in chiave psicanalitica. Ha sempre nutrito un vivo interesse per l'arte, in particolare per quella rinascimentale. Vive da anni a Londra e ha potuto coltivare questa passione con continue visite alla National gallery che ha sempre considerato come una sua seconda dimora. Di carettere inquisitivo si interroga sulle opere degli artisti, continuo assertore del progresso, vede in ogni opera contemporanea un ponte con il passato con il quale rapportare ogni sua esperienza quotidiana.