Ognuno descrive a proprio modo la realtà, quello che vede e che percepisce. C’è chi lo fa descrivendo il bello, e c’è chi sceglie di inseguire una strada più cruenta o macabra.
Ma poi, cosa è davvero bello? Se avessi una idea della bellezza puramente scolastica o estetizzante, probabilmente non troverei così affascinanti i disegni di Guido Rezor.

Teste decurtate, occhi rimpiccioliti quanto basta per scorgere sguardi furbi o troppo instupiditi e poi sorrisi forzati, anche sangue. Le figure di Guido sembrano fluttuare piacevolmente nel nichilismo, l’una su l’altra, l’una nell’altra, come se i loro arti prendessero vita dopo un lungo intorpidimento dei muscoli.

Questo è il mio registro linguistico perché questa è la realtà che vedo. Per me l’arte figurativa attuale non riesce ad esprimere né sofferenza né dolore, mentre io sento l’esigenza di raccontarne l’aspetto macabro misto a ironia. Non sempre un disegno bello è un disegno giusto. La mia visione è come una danza della vita: la sofferenza che gira a braccetto con la felicità”, mi ha riferito Guido.

Alienati

Alienati

E il messaggio per Guido è molto importante. Si fa arte urbana perché si ha qualcosa da dire, non per raggiungere il consenso del pubblico.

Noi siamo schiacciati, messi l’uno contro l’altro, inquadrati nella medesima routine, ragioniamo persino nello stesso modo e non ce ne rendiamo conto. Per questo, una delle forme che disegno con più frequenza è una testa, mozzata e sorridente allo stesso tempo: questo è il disagio inconsapevole in cui viviamo”.

Guido preferisce la crudezza, perché con essa sente di esprimere al meglio il proprio messaggio:

Non abbiamo limiti spaziali, ma certamente limiti temporali: dobbiamo esprimere facilmente il nostro pensiero perché la gente guarda e passa, per questo non possiamo perderci in orpelli e sfumature”.

Viscerale 1

Viscerale 1

Quando l’ho incontrato indossava un giubbino viola e grandi cuffie bianche. Eravamo seduti a tavolino davanti a un caffè presso piazza San Domenico di Napoli, e con noi c’era anche un suo amico, Mattia, anch’egli writer. Sì, perché Guido non ama definirsi street artist, anche se porta quotidianamente la sua arte in strada.

Qual è per te la differenza tra un writer e uno street artist?

Preferisco essere chiamato writer e non street artist, perché il writer è chi capisce che davanti a sé non ha un futuro, che non è costretto a forzare o realizzare la propria arte per accontentare le leggi del mercato, perché non vuole diventare famoso. Io lo faccio perché non posso viverne senza e per dare agli altri quello che è anche mio. È una distinzione del tutto personale, non una legge scritta”.

 

Umanità Dispersa

Umanità Dispersa

Come ti sei avvicinato all’arte di strada?

Sono cresciuto nella periferia di Napoli, a Quarto. Non ci sono alternative, non c’è un punto di ritrovo, non sai cosa fare. Sei accerchiato dal nulla. Prima o poi senti dentro di te la voglia di dare colore a quel nulla, di far vedere che ci sei, di far sentire quello che pensi. Quello che devi fare è raccogliere tutto questo e canalizzarlo”.

Anche Cyop (Cyop&Kaf) è cresciuto a Quarto, e i lavori realizzati in periferia, più che quelli del centro storico di Napoli, sono un vero e proprio punto di riferimento per Guido e anche per Mattia, come per tutti quelli che inseguono questa strada, perché sono innanzitutto forme della loro infanzia, forme che conoscono bene. Mattia, del resto, l’ha detto: è in strada che sono nati, cresciuti, ed è lì che vogliono continuare ad operare. D’altronde sono pieni di energie, sono ancora molto giovani e proprio per questo sempre in movimento, alla ricerca di una continua evoluzione.

Baccanale, danza nella vita

Baccanale, danza nella vita

Quando hai terminato un lavoro, vedi con i tuoi occhi qualcosa che hai immaginato e che adesso esiste. Poi senti il nulla dentro di te, il vuoto. È una sensazione bellissima, che sarà saziata solo con il prossimo progetto, a cui pensi immediatamente. Succede giorno per giorno, quotidianamente”.

Essenziali, forse angoscianti, ma anche frutto di uno spirito indomabile, i lavori di Guido sono come contenitori del genere umano, a cui tutti apparteniamo, nessuno escluso, in questo tempo arrestato e inerte.