L’attraversamento di un evento è il titolo scelto dalla fotografa valdostana Sophie-Anne Herin per il workshop che ha tenuto a Napoli in collaborazione col Centro di Fotografia Indipendente, mentre sabato 13 giugno è stata protagonista di uno degli incontri organizzati dal CFI all’Asilo sul tema “L’incontro con il reale e la prospettiva personale sul mondo”.

Articolo di Michela Aprea.

Sophie-Anne Herin

Approdata casualmente alla fotografia dopo una formazione da attrice e ballerina e un’esperienza come teatro-terapeuta a Parigi, Sophie-Anne Herin ha esposto in diverse gallerie in Italia e all’estero. Con “Viaggio Nudo” ha portato la sua opera in Cina, alla Montaigne Gallery di Shangai, con fotografie su tela abbinate ad alcuni dipinti di Marino Catalano, l’uomo che nei fatti l’ha avvicinata all’arte della scrittura con la luce. Racna Magazine ha incontrato l’artista oramai di stanza a Torino (dopo un lungo periodo vissuto tra Bologna e Parigi) per una breve intervista.

Sophie-Anne Herin
Il titolo del workshop partenopeo che hai tenuto in questi giorni al Centro di Fotografia Indipendente nasce da una tua affermazione: “Ciò che più mi interessa è l’attraversamento di un evento più che l’evento stesso”. Tale riflessione riconduce all’essenza stessa del teatro, che rappresenta un’esperienza che trascende dallo spettacolo stesso. Quanto il tuo passato da attrice influisce sulla tua visione di fotografa?

In realtà poco. La mia è una fotografia in cui ritraggo istantanee non posate. Scatto in maniera compulsiva, anche se in questo momento, lavorando con la pellicola, ho sensibilmente ridotto il numero degli scatti. La selezione avviene spesso in maniera collettiva, coinvolgendo gli amici. Quello che c’è del teatro nel mio lavoro è più che altro legato all’utilizzo della luce e alla scelta di tagli di luce particolari.

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Nella tua opera spesso trascendi il reale, lo manipoli, approdando a una visione metaforica dei soggetti rappresentati…

Ho lavorato in diversi progetti il cui campo d’indagine era essenzialmente il corpo, indagando ad esempio sui disturbi alimentari, ma procedendo per sottrazione e passando dal sintomo e dunque dal corpo alla metafora, tramite delle libere associazioni. Le ragazze che hanno partecipato al mio progetto (tre anoressiche e una affetta da bulimia, quasi tutte in terapia), avendo una visione distorta del loro corpo in rapporto all’immagine fotografica, manifestavano un rafforzamento nel loro sintomo. Attraverso le libere associazioni, ho deciso dunque di restituire, in rapporto ad alcune parole chiavi come desiderio, padre, madre etc., delle metafore visive che sottolineassero maggiormente il problema relazionale. Il malato nei disturbi alimentari non è l’appetito, ma spesso la relazione.

Sophie-Anne Herin

Il tuo approdo alla fotografia è relativamente recente. Tutto è cominciato grazie all’incontro con l’artista Marino Catalano. Ci racconti quando è avvenuto?

È stato un incontro casuale. Lui teneva un corso in un paesino in Valle d’Aosta, io ero tornata lì da poco e decisi di seguirlo. Successivamente ho frequentato lo IED a Torino. Ho realizzata una delle prime esposizioni su richiesta dell’allora direttore di fotografia dello IED, Enzo Obiso, al PHOS Centro di fotografia di Chieri in provincia di Torino. Successivamente, la medesima mostra è stata esposta presso la galleria Paola Meliga, e alla BAM – Biennale d’Arte Moderna e Contemporanea del Piemonte, alla Cittadella di Aosta, alla Maison du Val d’Aoste di Parigi. Ho in progetto di partire per la Romania. Voglio realizzare un lavoro sugli orfanotrofi nelle campagne. Con Ceaucescu lo stato rumeno elargiva incentivi alle coppie che avevano bambini. Molti uomini e donne abbandonavano poi i loro figli alle cure degli istituti per i minori. Un fenomeno dilagante che persiste non tanto nelle città ma nei piccoli paesi di campagna.

Sophie-Anne Herin

La tua prima esposizione è avvenuta a Modena, con un lavoro sulle donne vittime di violenza.

Ho ritratto donne di varie nazionalità ed etnie ospitate all’interno della Casa delle donne di Modena. Donne giunte in Italia per trovare fortuna e che spesso hanno incontrato violenza. Le ho seguite all’interno di un progetto sul canto sensibile condotto da Imke McMurtrie e Meike Garelli e realizzato in collaborazione con l’Emilia Romagna Teatri, che ha dato forma allo spettacolo teatrale “Akus”. Il lavoro di McMurtrie e Garelli parte dalla constatazione che nel canto esistono delle zone di vuoto, che rappresentano un’assenza emotiva, e lavorano su questi aspetti.

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Ci parli dei lavori Scraps e Humans?

Scraps è nato a seguito del mio rientro in Val d’Aosta. Una volta a casa, trovai una borsa contenente vecchie foto di famiglia. Tra queste, il ritratto di mia nonna, morta quando io avevo appena quattro anni. Non ricordavo il suo viso e così ho cominciato a cucire quel volto, per dare vita a una sorta di mappatura emotiva. Quelle cuciture rappresentavano un po’ un filo della memoria, un modo per tenere insieme il tempo presente e il tempo passato.
Gli interventi di cucitura così come quelli di macchiatura delle immagini sono nati dall’esigenza di dare un tempo altro rispetto a quello dello scatto. Dal lavoro svolto ne sono scaturiti un libro d’artista e una mostra, ospitata allo Spazio 28 di Torino.
Humans è invece un progetto tuttora in corso. Io lo intendo come un muro di ritratti. I miei, sono soggetti incontrati in modo del tutto casuale o persone che mi hanno colpito. Le immagini sono realizzate in un medio formato.

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Hai nuovi progetti in corso?

Oltre alla preparazione del progetto sugli orfanotrofi in Romania, sto lavorando a una serie di nudi maschili. Come per Eating disordering, anche qui ho contattato i miei soggetti attraverso un post su Facebook. Credo che la figura dell’uomo sia spesso discriminata e racchiusa nell’idea di macho o di ibrido. Credo ci sia una sorta di pressione che non permetta all’uomo di dirsi vulnerabile. Da qui la voglia e la curiosità di indagare il corpo maschile.

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