Di cos’è fatto questo Tristano filmico, quali sono i suoi elementi chimici di base? Alla base c’è un clamoroso esperimento di teatro meccanico, o teatro di marionette, di manichini veri e naturali. Nel castello di Prinzendorf, proprietà di Hermann Nitsch dal 1971, dal 13 al 24 settembre va in scena un palinsesto di tutte le ibridità. Un’installazione, uno spettacolo d’opera e un finto reportage fusi insieme in un’unica performance. Un’operazione voluta fortemente da Hermann Nitsch che tuttavia ha lasciato la regia dello spettacolo a Clint Eastwood. Un’azione che rientra interamente nell’esperimento di azione pittorica e nell’Orgien-Mysterien-Theater (il Teatro delle Orge e dei Misteri) che ha fatto la fama di Nitsch già dagli anni ’60.

Questo Tristano, vi anticipo, è un avvelenamento e una contraffazione, per il primo caso l’antidoto è arduo solo se un manierismo di gusto romantico vi appartiene, il film insegue un calco duplice e olografico di cui già il Tristano di Wagner, in forma filologica ineccepibile e reale, è un’eco se pure in sedicesimo. Misurato nei toni, si muove in coloriture dell’immagine abnormi quanto il kitsch più sovraesposto. In scena, per l’intero perimetro degli ambienti del castello di Prinzendorf, sono in azione le ombre enormi dei manichini semoventi, ed è in scena il sangue, il mistero scenico delle orge e delle crocifissioni vissute da uomini e donne convocati da Nitsch nella sua proprietà. Sopra di loro solo la musica suonata dal vivo da un’orchestra non visibile, nascosta, non accessibile.

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Illustrazione di Roberta Garzillo

Ma dopo il suo tetro debutto il vero Tristano che avete davanti si spoglia e s’intitola da sé: Opera camp o degli oscuri esordi del queer. Il legame erotico è quello tra Marke e Tristan. Un film e insieme una rilettura in filologia parodica dell’opera e dell’operatività dell’azionismo, ma con tutta la terribile serietà della musica. E poi com’è possibile che una cosa del genere venga da Clint Eastwood, dal regista di Jersey boys un’unghia americana sotto il cuore di Isotta, che gonfia ancora di più l’effetto di questa musica inafferrabile, tirannica, eclatante, già tutta una pubblicità. Il contributo di Eastwood è stato sicuramente quello di saper raccontare storie di legami tra maschi, di conoscerne le solennità remote e di saperle apprezzare. Fino al punto di aver deciso di strapparle al mito, di sradicarle dalle origini più difficili, inattese, irraggiungibili. Non ha soltanto cercato e ottenuto una lettura già più volte avanzata sulle scene dei teatri d’opera, quella in cui appunto è tra re Marke e Tristano che si consuma la tensione erotica della melodia, ma ha anche saputo manifestarla e arrivare alla ferita dell’oltraggio, e arrivarci per l’esatto equilibrio tra plastica impeccabile, interdetto splendore iconoclasta, e violenza della parodia. Innanzitutto non ha attualizzato l’opera, tutto risulta ineccepibile, l’alterazione è nella musica e solo dopo in scena. Il gradito mixaggio del suono ci permette inoltre di apprezzare attori e cantanti insieme, con una seduzione dei corpi mai immaginata da Furtwängler.
In secondo luogo niente è stato modificato rispetto al libretto ma niente può essere contraddetto di quanto si lascia che accada. La colpa è il vero indizio dell’amore, Tristano ama per mezzo della colpa. E la sua colpa è aver tradito Marke, suo zio. Tutto a mezza voce, perché Tristan non sfiora Isolde per tutto il Primo Quadro, e solo per il filtro involontario cede. Marke d’altra parte solo per le insistenze della corte e del nipote, aveva accettato la bellissima irlandese che lui le portava.
«Ho confessato anche quello che non ricordo, e che potrebbe non essere mai stato». Questa è la voce melodica del Tristano. E la loro colpa li precede, è forma della loro memoria. Per Isolde invece il sentimento più inatteso è anche il più sottostimato, il più incompreso forse, il più misconosciuto tra i sentimenti banalizzati o fraintesi dai moderni: l’odio. La haine, che dà i suoi ottimi frutti anche rivolta contro la poesia tra l’altro, la haine de la poésie. Ma qui non parlo di letteratura, per niente. Parlo dell’odio di Isolde per l’uomo che gli ha ucciso un marito: il Tristano della nave, durante tutto il primo atto, per lei è questo. Parlo dell’odio del mondo di cui è fatta la follia musicale che ci abita all’ascolto. Ancora nel nostro avvenire, in questo e nell’altro secolo, incessantemente, il preludio del Tristano, la bellezza sonora del suo stesso nome, Tristano, Tristano, saranno partitura, sostanza e residuo di quella particolare incrinatura del cosmo, del suo abisso. Se dovessi scegliere una musica per dire la follia dell’universo ascolterei ancora il Tristano. È come se la sfericità dei satelliti, delle loro ellissi, fosse densa e addensata in crome e scie della tonalità del cosmo che viene meno, si prolunga, si espande in questa musica. Il Tristano è l’universo nella sua entropia che si raggelerà ai margini, ai limiti estesi e dispersi dei suoi confini.
Terzo e ulteriore scarto rispetto alle aspettative camp: la serietà assoluta di tutto il dettato formale, non aver ceduto alla possibilità di eleggere l’intera incandescenza della musica, e di tutta la rappresentazione, a sigillo di una declinazione omoerotica dell’amore. L’allestimento dell’opera nell’impresa di Eastwood riesce ad esaltare ancora più fortemente il rovesciamento della semantica d’amore del lungo canto, resistendo al farne un manifesto o una torsione innaturale del punto di osservazione. Voglio dire che qui il Tristano vive con naturalezza assoluta l’invertibilità delle correnti nel flusso erotico che fa da portante alla musica e alla trama. Non rilevare differenze se ad amare ci siano Tristan e Isolde oppure Tristan e Marke rende più forte, non meno deciso il rovesciamento dell’isoscele erotico fra i tre. Eppure, sotto questa costrizione elegantissima che trattiene, frena, ritarda, la musica rende chiara nella notte anche una dolcissima abiura di ogni fede nella continuità, nella stabilità, nella fissità del desiderio, maschile o femminile, per abbandonare tutto della vita all’indistinto sonoro dei puri nomi. Non si può amare se non la notte e la progressione dei tempi verso un’unica notte esclusa dal tempo, questo è l’accordo, questa la morte del Tristano, estranei alla biologia. La sua esausta nostalgia dell’inorganico materiata in intervalli di tempo e prolungata melodia.

 

Disclaimer: quest’articolo fa parte della rubrica “Recensioni immaginarie” a cura di Emanuele Canzaniello, dove si narra di opere mai viste, top secret o immaginarie, il lettore si assume tutte le responsabilità di diffondere e/o condividere l’articolo.