Come ogni anno anche in questo 2015 che volge al termine, classifiche, bilanci e memorabilia riempiono i media del mese di dicembre. La nostra personale top ten vogliamo dedicarla a quello che resta, a discapito di mode e baracconi fieristici, l’evento clou dell’arte contemporanea italiana, la Biennale di Venezia. Come ogni classifica che si rispetti, sarà manchevole, criticabile, imperfetta ma a noi è piaciuta così.

1) Terry Adkins – La concretezza della musica, l’evanescenza della scultura
Fra musica e arti visive, le opere dell’artista statunitense danno il benvenuto al pubblico, collocandosi proprie nelle prime sale dell’Arsenale. Un bel modo per salutare questo incredibile genio, da poco scomparso.

Parreno dal Web

2) Le luminescenti “briciole di pane” di Philippe Parreno
Artista e Filmaker francese, nonché fra i padri fondatori dell’estetica relazionale, Parreno per la 56esima edizione della Biennale coglie l’occasione per restare fedele a se stesso e continua nel tentativo di espandere l’opera d’arte agli ambienti, dilatandoli nello spazio e nel tempo. La sua istallazione “Flickering lights” è disseminata lungo l’infilata delle sale dell’Arsenale, quasi fosse la luce del fare che indica il cammino da seguire, per non perdersi nelle proprie riflessioni.

Lili Reynaud Dewar

3) Attivismo politico e Jingle “epidemici” per Lili Reynaud Dewar
Poliedrica, irriverente, imprevedibile, ironica: vi presento Lili, come lei sono le sue opere. Nelle sue istallazioni, sculture, performance e film, l’artista francese indaga i temi più attuali. Il lavoro My Epidemic (Small Bad Blood Opera) è un’istallazione scultorea che incorpora testi, musica e video, e mette in scena, sotto forma di un’orecchiabile canzoncina, un contraddittorio “botta-e-risposta” sui tempi della libertà d’espressione, sessualità e confine fra pubblico e privato.

Ernesto Ballesteros dal web

Ernesto Ballesteros

Christian Boltansky dal web (1)

Christian Boltansky

4) Il perfetto equilibrio fra i tempi sospesi della Sala 6
La sala 6 dell’Arsenale è un esercizio di stile curatoriale che è impossibile non ammirare (un applauso simbolico al curatore di questa Biennale, Okwul Enwezor). Venendo dalla sala precedente, si è accolti dal suono delle 850 campanelle mosse dal vento disseminate nel deserto di Atacama, in Cile, e presenti a Venezia nella videoistallazione di Christian Boltansky, “Animitas”, protagoniste con l’incantevole paesaggio andino. Ci si lascia dunque catturare dalla sensazione di ovattata sospensione per raggiungere, sotto l’influenza di questa suggestione, Ernesto Ballesteros, performer che in “Indoor Flights” lascia volteggiare nell’aria i suoi piccoli aerei ultraleggeri. Entrambi gli artisti ci spingono quindi oltre le capacità del visibile.

 

Im Heung-soon

Im Heung-soon

5) Lavoro. Due pesi e due misure per oppressori e oppressi
L’indagine dei complessi meccanismi che regolano l’economia nel mondo, i rapporti fra chi sfrutta e chi viene sfruttato, l’universo che si espande invisibile dietro la produzione e la commercializzazione di ogni singolo, seppur minuscolo oggetto, sono alla base delle riflessioni di artisti provenienti da ogni angolo del mondo. Partendo dagli oggetti che, affrancandosi dal loro uso convenzionale, raccontano se stessi del sudafricano Joachim Schonfeldt si arriva alle surreali e criptiche ambientazioni in agro-dolce della videoistallazione di Mika Rottenberg, per approdare a Factory Complex di Im Heung-soon, anche questa una istallazione video, che racconta le vite di quanti sono stati abbandonati per il bene dello sviluppo economico in Paesi Asiatici come Cambogia, Vietnam e Corea del Sud.

Illustrazione di Mary Cinque

Illustrazione di Mary Cinque

6) La gente “figa” che si muove di padiglione in padiglione. Un’opera d’arte nell’opera d’arte
Il bello dell’essere alla Biennale di Venezia è (anche) l’incontro con gente interessante proveniente da ogni parte del mondo e che, per giunta, nutre la tua stessa passione. Così ti può capitare di condividere un sandwich al volo con la sosia in bianco e beige di Jane Fonda o di ritrovarti a contemplare il maglioncino con un’improbabile fantasia a palle da biliardo di un olandese, di cui non saprai mai il nome ma di cui ricorderai per sempre l’espressione buffa sotto i baffetti rossicci. La fila per il bagno è uno spettacolo impagabile: mai avuto occasione di ammirare così tanti splendidi zigomi coreani tutti in una volta.

Chiharu Shiotu

7) Il Padiglione Giappone e l’opera di Chiharu Shiota
Le linee semplici e i colori neutri del padiglione Giappone accolgono quest’anno una grande istallazione di Chiharu Shiotu dal titolo “The Key in the hand”. Impossibile rendere con parole il forte impatto emotivo evocato dall’opera di Shiotu: un’immensa sala accoglie un’intricata e fitta ragnatela di fili rossi a cui sono appese centinaia di piccole chiavi. Al centro della stanza, due barche di legno sembrano essere il luogo da cui ha origine la complessa rete purpurea. Nella vita quotidiana, la chiave protegge le cose per noi preziose: la casa, i beni, la sicurezza dei nostri cari e di noi stessi. Queste chiavi rappresentano il ricordo che abbiamo di ciò che esse custodiscono, dalle nostre mani passeranno alle mani di chi sarà in grado di custodire tale ricordo. Shiotu rappresenta le mani come due barche: da esse emerge l’intricata trama dei ricordi che serbiamo sotto chiave in noi stessi.

Herman de Vries2 Herman de Vries

8)Ritorno alle origini. To be all ways to be al Padiglione Olanda
Herman de Vries si occupa dei fenomeni naturali, concepiti come il fulcro primordiale da cui trae origine l’esistenza umana. Nel suo modo di raccogliere, ordinare e catalogare gli oggetti della natura l’artista olandese esprime l’idea dell’esperienza quale unico modo per essere: un’esperienza fisica, che coinvolge tutti i sensi e in cui immergersi completamente.

Fabio Mauri

9) Fabio Mauri che ci impedisce di dimenticare
Il Muro Occidentale” o del pianto è un’opera che avevo già avuto modo di osservare nei libri di storia dell’arte contemporanea: un muro di quattro metri composto interamente dall’assembramento di valige e bauli. Tuttavia non sono potuta restare indifferente nel trovarmi al cospetto di questa immensa creazione di uno dei padri dell’arte povera, evocativa del carico abbandonato dai deportati di Auschwitz e da tutti coloro che hanno intrapreso (e intraprendono oggi) un viaggio senza ritorno.

Newell Harry

Newell Harry

Marco Fusinato

Marco Fusinato

10) Il trionfo della parola: fra segno grafico, significato e significante
Dagli anagrammi agrodolci di Newell Harry all’editoria fai-da-te che ragiona sull’autorità e sui flussi di denaro di Marco Fusinato, fino ad approdare al padre del “disegno per cancellazione”, il newyorkese Gary Simmons, che si presenta alla biennale con un progetto fra architettura e parola, tema quest’ultimo declinato nell’impiego nell’arte è centrale nell’edizione 2015. Ragionando su ciò che si dice e su ciò che è sottinteso o sul potere evocativo del segno grafico, la comunicazione attraverso l’immagine sembra assorbire quella tramite parola, o viceversa, nel tentativo di raggiungere un’ulteriore rappresentazione del reale, o del vero. Ed è proprio sul tema della rappresentazione del vero che è meglio fermarsi, perché continuare significherebbe inerpicarsi su sentieri tortuosi. Il connubio fra parola e arte visiva rimanda a quanto detto da un artista della parola, come Gustave Flaubert: Ama l’arte; fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. Chissà se al cospetto delle opere di questi artisti lo scrittore francese avrebbe pensato altrettanto.

 

A proposito dell'autore

Project Manager

Alla formazione scientifica (studi in Medicina Veterinaria, prima in Inghilterra e poi in Italia) unisce l'insana passione per l'arte e la letteratura. Dal 2012 collabora con la casa editrice Marchese editore, occupandosi di pubbliche relazioni, promozione e creazione di eventi culturali. Nel 2013 fonda con alcuni collaboratori il blog "About M.E.", legato all'attività della casa editrice ma fin dall'inizio aperto a tutto ciò che è cultura, con particolare attenzione a ciò che succede sul territorio campano. Ama i cappelli, Dostoevskij, e il té delle cinque.